ALESSANDRO MALASPINA

 

Alessandro Malaspina nacque a Mulazzo, in Lunigiana, dove fu battezzato il 5 novembre 1754, terzo figlio maschio di Carlo Morello, marchese di Montereggio e Pozzo e marchese condominio di Mulazzo e Parana, e di Caterina Meli Lupi dei principi di Soragna. Nel 1762 la famiglia si trasferì a Palermo, su invito del marchese Giovanni Fogliani Sforza d’Aragona, viceré di Sicilia e zio di Caterina. Nel 1765 lo zio Giovanni lo inviò al Collegio Clementino a Roma, dove Alessandro compì gli studi nella prestigiosa istituzione dal 15 maggio 1765 alla primavera del 1773. Qui Alessandro ebbe come insegnati G. Pujati, professore di retorica che dava particolare importanza alle scienze geografiche, e P. Cervelli, professore di filosofia che dava molto valore allo studio della fisica. Nel 1771 Malaspina pubblicò a Roma le proprie tesi scolastiche di filosofia naturale, in forma di centodieci proposizioni (Theses ex physica generali), dove già compaiono segni degli interessi intellettuali e degli atteggiamenti mentali che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita. Fra i suoi compagni di studio vi furono Federico Gravina (poi ufficiale della Marina di Spagna), di cui divenne amico, Marcio Mastrilli Marchese del Gallo (poi diplomatico e ministro del Regno di Napoli) e il futuro cardinale Bartolomeo Pacca. Come figlio cadetto, ad Alessandro si aprivano due possibilità: la vita religiosa o la carriera militare. Il padre propendeva per la prima ma non volle contrastare i desideri del figlio, che mostrò assai presto le proprie inclinazioni per la seconda. Il 4 giugno 1773 fu ricevuto nell’Ordine di Malta e nell’isola apprese le prime cognizioni dell’arte di navigare. Compì la prima crociera di cui si abbia notizia sul vascello “S. Zaccaria”, nell’autunno del 1773.Nell’autunno del 1774 si trasferì in Spagna, accompagnato dal prozio Fogliani, e fu prontamente accettato nella Real Armada. Sebbene gli aspiranti guardiamarina dovessero frequentare un corso di studi di oltre un anno, Alessandro ricevette il grado il 18 novembre dello stesso anno. Assegnato al dipartimento marittimo di Cartagena, il 13 gennaio 1775 fu imbarcato sulla fregata “Santa Teresa” e una settimana dopo fu promosso alfiere di fregata. Quasi subito ebbe occasione di partecipare a due eventi bellici: la difesa di Melilla (piazzaforte spagnola in terra d’Africa, assediata dai Marocchini) e l’attacco di Algeri. In ambedue si distinse per valore e sangue freddo. Il 16 marzo 1776 fu promosso alfiere di vascello e trasferito al dipartimento di Cadice. Qui conobbe il conte Paolo Greppi, cui fu poi legato da profonda amicizia, e parecchi fra i migliori ufficiali della Real Armada, alcuni dei quali lo accompagnarono nella maggiore impresa marittima della sua carriera. Nel 1777 fu trasferito sulla fregata “Astrea”, comandata da Antonio Mesía, sulla quale compì il primo viaggio oceanico alle Filippine: partito il 17 dicembre 1777, fece ritorno il 5 settembre 1779, seguendo sia all’andata che al ritorno la rotta del Capo di Buona Speranza. Quando la Spagna, intervenendo a favore degli insorti americani, entrò in guerra con l’Inghilterra, Malaspina partecipò a scontri sui vascelli “S. Julián”, “Firme” e “S. Justo”. Sul primo si distinse particolarmente il 16 gennaio 1780, dopo la battaglia di capo Santa Maria: sebbene la nave fosse stata catturata dagli Inglesi, egli (unico ufficiale rimasto a bordo) riuscì a ricondurla nel porto di Cadice. Nell’estate del 1782, mentre era sulla fregata “S. Clara”, ormeggiata nella baia di Algeciras, Alessandro subì la prima delle disavventure legate alla sua indipendenza intellettuale: fu denunciato al tribunale dell’Inquisizione di Siviglia per aver manifesto idee eretiche in materia religiosa, e anche per aver letto libri inglesi e francesi senza il benestare della censura. La causa si protrasse stancantemente per tredici anni, fino a concludersi con il rinvio a giudizio nel 1795.Nel settembre 1782 si trovò imbarcato su una delle dieci batterie galleggianti corazzate impegnate nella tentata presa di Gibilterra. Fu una giornata infausta per le armi spagnole; le batterie s’incendiarono una dopo l’altra e dovettero essere precipitosamente abbandonate. Alessandro riuscì a lasciare la propria pochi istanti prima che esplodesse e trascorse il resto della notte nell’estenuante opera di salvare da morte certa feriti e naufraghi. Il 2 dicembre dello stesso anno fu promosso capitano di fregata.

Nel 1783, quando venne stipulata la pace con l’Inghilterra, Alessandro fu designato comandante in seconda della fregata “Asunción”, che doveva recare nelle Filippine la notizia della cessazione delle ostilità. Partita il 14 marzo, giunse a Cavite il 9 agosto; ripartita il 20 gennaio 1784, attraccò a Cadice il 5 luglio, sempre seguendo la rotta del Capo di Buona Speranza. Nel 1785 gli fu assegnata la tenenza della Compagnia dei guardiamarina di Cadice ma, ambizioso di apprendere, chiese di essere incluso nel piccolo drappello di ufficiali-astronomi che, sotto la guida di Vicente Tofiño, stavano imprimendo nuovo impulso all’osservatorio astronomico di Cadice e realizzavano l’idrografia delle coste iberiche. Imbarcato sul brigantino “Vivo” partecipò a rilevazioni cartografiche nel Mediterraneo. La permanenza a Cadice gli servì anche a rafforzare amicizie e a stringerne di nuove. Fu probabilmente allora, e certo attraverso Greppi, che conobbe F. Melzi D’Eril, futuro vicepresidente della Repubblica Italiana, che ebbe poi una parte saliente nell’ultima fase della sua vita. Inoltre, tra le persone conosciute a Cadice vi furono sicuramente anche i funzionari della Compagnia delle Filippine, che all’epoca era in un momento di rilancio e tentava di dare un nuovo assetto ai propri traffici. I direttori della Compagnia chiesero al ministro A. Valdés y Bazán di noleggiare una nave dell’Armada e di affidarne il comando a Malaspina, che accettò e si dispose a navigare per le Filippine seguendo la rotta del Capo di Horn all’andata e quella del Capo di Buona Speranza al ritorno, facendo così il giro del mondo. Per la missione fu scelta la fregata “Astrea”, forse sul suggerimento di Alessandro, che vi aveva già navigato. L’Astrea lasciò Cadice il 5 settembre 1786 e, dopo una breve sosta a Concepción (Cile), gettò le ancore nella rada del Callao (Perù) il 1 febbraio 1787. La fregata ripartì dopo un mese direttamente per le Filippine. Nel traversare l’Oceano Pacifico, Alessandro sperimentò una nuova rotta, giungendo a Cavite il 14 maggio, cioè in soli 75 giorni, pur avendo sostato nell’isola di Guam.Il 29 novembre la fregata ripartì e, per lo stretto della Sonda (con una breve sosta a Batavia) e il Capo di Buona Speranza, giunse a Cadice, senza altre tappe, il 18 maggio 1788. In meno di ventuno mesi Alessandro aveva compiuto il giro del mondo; prima di lui solo dodici navigatori erano riusciti a compiere indenni, con la loro nave, la circumnavigazione del globo.Fu certamente durante questo viaggio che Malaspina maturò il progetto di realizzare una spedizione scientifica, che stilò insieme al collega José Bustamante y Guerra e trasmise al ministro Valdés il 20 settembre 1788. Il documento precisava che, dopo le ultime grandi esplorazioni inglesi e francesi, non era probabile che esistessero ancora grandi terre da scoprire; una spedizione della Spagna doveva piuttosto mirare ad approfondire la conoscenza dei suoi possedimenti, riguardando anche discipline scientifiche quali l’astronomia, la cartografia, la geologia, la zoologia, la botanica, e senza trascurare lo studio delle varie terre sotto il profilo strategico ed economico e osservazioni sul mondo indigeno. Il 14 ottobre Valdés comunicò che Carlo III, re di Spagna, aveva approvato il progetto. Subito iniziarono i preparativi della spedizione; nell’arsenale della Carraca (Cadice) furono costruite due corvette gemelle: la “Descubierta” e l”Atrevida”.Fra gli ufficiali offertisi volontari per la spedizione sono da ricordare D. Alcalá Galiano, J. De Espinosa y Tello, C. Cevallos, J. Vernacci (tutti ufficiali astronomi; Vernacci era di origine italiana), e F.J. de Viana (che aveva già partecipato al periplo della fregata “Astrea”). Anche il guardiamarina più giovane, Fabio Ala Ponzone, era italiano. F. Bauzá y Cañas fu incaricato della cartografia e A. Pineda y Rodríguez ebbe il compito di coordinare la parte naturalistica, della quale si sarebbero occupati i botanici L. Née (di origine francese) e T. Hæncke, boemo. Come disegnatori furono designati J. Del Pozo e J. Guío, dei quali però Malaspina non fu soddisfatto, tanto che nel corso del viaggio li sostituì con il lombardo F. Brambilla e il parmense di origine francese) G. Ravenet. Le corvette furono dotate dei migliori strumenti nautici e scientifici disponibili e di una gran quantità di libri e relazioni di viaggio; altre relazioni manoscritte furono cercate e copiate in vari archivi spagnoli.Malaspina ottenne consigli da scienziati di ogni paese, fra cui gli astronomi A. De Cesaris e B. Oriani, L. Spallanzani, J. Banks, J-J de Lalande, H.W. Dalrymple. Alessandro sovrintese personalmente a ogni preparativo e dedicò gli ultimi giorni prima della partenza a preparare minuziose memorie e regolamenti per gli ufficiali.

Aveva la consapevolezza di essere sul punto di realizzare la più importante spedizione scientifica del suo secolo, la prima veramente interdisciplinare.Malaspina lasciò Cadice il 30 luglio 1789 e vi ritornò soltanto dopo 5 anni, il 21 settembre 1794. Le corvette toccarono i più importanti approdi di quasi tutti i possedimenti spagnoli: Rio della Plata, Patagonia, Malvine, Cile, Perù, Ecuador, Panama (dove furono raccolti elementi geografici in vista di un eventuale taglio dell’istmo per quello che oggi conosciamo come il Canale di Panama), Messico, California, costa nordovest dell’America fino all’Alaska (nell’infruttuosa ricerca del leggendario “passaggio a nordovest”), Isole Marianne, Filippine e Tonga; Inoltre fecero puntare puntate anche in possedimenti inglesi (Nuova Zelanda, Australia) e portoghesi (Macao).Di ogni luogo furono misurate le coordinate geografiche e tracciata la cartografia; fu studiata la storia naturale, copiate memorie storiche e dati statistici forniti dalle autorità locali e dai missionari più colti, raccolti reperti etnologici. In vari casi gli scienziati si spinsero anche nelle regioni interne. Malaspina lasciò il proprio nome a un ghiacciaio che scende dal monte Sant’Elia (Alaska) e a un insediamento sul golfo di San Giorgio (Patagonia). Al suo ritorno Alessandro si dispose a riordinare, con un gruppo scelto di ufficiali, i materiali riportati dal viaggio, in vista di una corposa pubblicazione contenente tutti i risultati scientifici. Durante il viaggio, però, si era persuaso che occorresse una seria politica di riforme per evitare che l’impero spagnolo si disgregasse e, in qualità di suddito, credeva suo dovere presentare al sovrano le proprie idee. Ma, dalla partenza della spedizione, molte cose erano cambiate: il clima intellettuale non era più favorevole alle menti illuminate, la Spagna era in guerra con la Francia repubblicana e primo ministro era divenuto il giovane M. Godoy. Sebbene gli amici gli suggerissero prudenza, Malaspina non volle ascoltarli e studiò la maniera di trasmettere un memoriale al sovrano. Il 5 dicembre, ricevuto a corte con Bustamante e altri due ufficiali, ebbe grandi apprezzamenti ma non trovò il modo di esporre alcunché. Tuttavia non si disarmò; nel febbraio 1795 fece recapitare a Godoy un memoriale sulle condizioni in base alle quali si sarebbe potuta stipulare una pace con la Francia. Il primo ministro gli fece rispondere di non occuparsi di politica e, dopo poche settimane, gli accordò la promozione a brigadiere. Nel frattempo, il tribunale dell’Inquisizione riprendeva a istruire la vecchia denuncia e decideva il suo rinvio a giudizio. Alessandro, ignaro di tutto, continuava a scrivere memoriali e, per sgravarsi in parte delle fatiche richieste dal resoconto del viaggio, accettò come coadiutore il padre Manuel Gil, dell’Ordine dei caracciolini. Quanto ai contatti con i sovrani, pensò di utilizzare la mediazione di due dame di corte della regina, María Frías y Pizarro e María Fernández O’Connock, marchesa di Matallana. Ma la Pizzarro, confidente e postulante di Godoy, da un lato stimolava Alessandro ad esporsi sempre più pericolosamente, dall’altra trasmetteva ogni documento non alla regina ma al primo ministro. Verso la metà di novembre Godoy si persuase di avere sufficienti materiali per provocare la disgrazia del brigadiere. Il 22 novembre, all’Escorial, Godoy espose in una sessione del Consiglio di Stato le mosse di Malaspina e sostenne che dietro a quell’apparente piano di sicurezza nazionale vi era in realtà il disegno di abbattere la monarchia per instaurare un regime repubblicano. Carlo IV non seppe discernere la verità e fu deciso l’arresto di Alessandro, del padre Gil e della Matallana, con l’accusa di complotto contro lo Stato. Alessandro fu arrestato nella notte fra il 23 e il 24 novembre, i presunti complici poco dopo. Il 27 si decise di celebrare il processo, che in effetti iniziò quasi subito. Intanto i collaboratori di Malaspina venivano rinviati ai rispettivi dipartimenti e il progetto di pubblicare i risultati della spedizione fu accantonato a tempo indeterminato. Del dibattimento processuale non si conoscono dettagli; si sa solo che fu sospeso il 17 aprile 1796 per ordine del re, che motu proprio condannò Malaspina alla segregazione nell’isolato castello di San Antón, a La Coruña, per “dieci anni e un giorno”, Gil a una pena minore e la Matallana all’esilio. Alessandro giunse alla La Coruña verso la fine di aprile e sebbene fosse previsto l’assoluto isolamento, riuscì a inviare e ricevere lettere, oltre a non pochi libri e giornali. Dalle poche lettere rimaste emerge una grande serenità e la persuasione che gli sarebbe stata fatta giustizia. Così scriveva a maggio del 1796:

“Questi mesi sono i più gloriosi, se non i più felici della mia vita”.

Approfittò del tempo disponibile per studiare le discipline che sempre lo avevano interessato e che mai aveva potuto comodamente approfondire. Scrisse anche tre operette:

  • Tratadito sobre el valor efectivo de las monedas que han corrido en España desde 200 años antes de la era vulgar hasta el presente de 1979;
  • Meditación filosófica en una mañanita de primavera sobre la existencia de un Bello esencial e invariable en la naturaleza;
  • Carta crítica sobre la obra del Quixote y la análisis que la Academia Española ha hecho preceder a sus últimas ediciones.

Nel 1799 Alessandro si ammalò di scorbuto e sugli anni seguenti abbiamo pochissime notizie. Verso la fine del 1802 la pena definitiva fu commutata nell’esilio perpetuo e Malaspina poté tornare in Italia. Molti indizi inducono a credere che la liberazione fosse frutto delle pressioni di Napoleone (a sua volta stimolato da Melzi) su Carlo IV. Alessandro sbarcò a Genova verso la metà del marzo 1803 e si recò in Lunigiana. Tutto era cambiato; il suo antico mondo non esisteva più. I territori degli ex feudi imperiali, fra cui Mulazzo, ora appartenevano alla Repubblica Italiana. La vicina Pontremoli apparteneva ora al Regno d’Etruria. Nel borgo natale si fermò solo pochi giorni, decidendo di stabilirsi a Pontremoli. Il suo primo pensiero fu di recarsi a Milano per ringraziare Melzi d’Eril: in quel viaggio avrebbe salutato anche altri amici, fra i quali gli ex gesuiti spagnoli R. Ximénez (istitutore di Fabio Ala Ponzone) e J. Andrés. Melzi gli chiese di occuparsi della fortificazione delle coste adriatiche della Repubblica Italiana e Malaspina accettò, ma a causa di alcuni contrattempi non poté condurre a termine l’incarico.

Fra il 1803 e il 1804 stilò tre memoriali, diretti ai ministri F. Prina e D. Felici, in difesa degli interessi dei contribuenti della Lunigiana, che si sentivano danneggiati dall’imposta prediale. Verso la fine del 1804 fu incaricato di organizzare e dirigere un cordone sanitario lungo i confini fra Repubblica Italiana e Regno d’Etruria, poiché da Livorno stava diffondendosi un’epidemia di febbre gialla. Dopo qualche mese si ammalò e dovette dimettersi. Il 30 giugno 1805 fu nominato membro del Consiglio di Stato, ma anche da questa carica si dimise quasi subito, forse in polemica con il nuovo assetto politico imposto da Napoleone (la Repubblica Italiana era stata trasformata in Regno d’Italia). Nello stesso anno propose al governo del Regno d’Etruria di ridisegnare l’assetto doganale del traffico del sale. Sostò varie volte a Firenze, dove fu ammesso nella Società Colombaria. Nel 1807 fu ricevuto a corte, dove volle leggere un mutato atteggiamento della Corona di Spagna verso la sua persona, e trasmise istanze volte a ottenere la revoca dell’esilio. Durante i suoi soggiorni a Milano si legò d’amicizia con Barbarina Barbiano di Belgiojoso, ma i gravi dissapori con il fratello Luigi e la necessità di badare ai propri interessi lo indussero a ritirarsi nuovamente a Pontremoli.

Probabilmente nel 1808 si presentarono i primi sicuri sintomi della malattia incurabile che lo portò alla morte il 10 aprile 1810 a Pontremoli.

 

Fonte :

www.archiviomuseodeimalaspina.com

D.Manfredi

I LIBRAI DI MONTEREGGIO

Nell’Ottocento i librai ambulanti della Lunigiana venivano chiamati genericamente «pontremolesi» essendo Pontremoli il centro più importante e conosciuto della vallata del Magra. Il realtà, come è noto, essi appartenevano quasi tutti a famiglie di Montereggio, il paese dei librai, nel comune di Mulazzo.
Lo ricorda anche Luigi Campolonghi nel suo libro di memorie sulla natìa Pontremoli allorché descrive alcune conseguenze verificatisi sul territorio in seguito alla costruzione della linea ferroviaria Parma – La Spezia. I lavori ferroviari richiamarono in Patria molti pontremolesi emigrati all’estero, anche in Paesi d’oltreoceano…“Cominciarono a tornare i librai ambulanti di Montereggio (tutti i librai ambulanti che si vedono per le vie del mondo vengono da Montereggio) che costruirono bellissime ville sul poggio ordinario, rinnovando il vecchio borgo decrepito. Da anni costoro avevano preso l’abitudine di emigrare essendo la natìa montagna avarissima; dapprima vendettero selci per affilare le falci e poi libri popolari…”.
La diffusione della cultura italiana nel mondo iniziò nel 1816 quando la Penisola fu vittima del catastrofico «anno senza estate». Privati delle risorse agricole necessarie per sopravvivere i montereggini si inventarono un nuovo mestiere, quello di libraio ambulante.
All’inizio erano analfabeti e riconoscevano i libri solo dai colori o dalle immagini delle copertine. Questi pionieri dapprima partirono con le loro gerle cariche di libri ed un poco di farina di castagne per sfamarsi alla volta dei principali mercati del centro e del nord Italia. Durante il Risorgimento alcuni di loro divennero dei veri e propri «contrabbandieri della cultura» per portare dalla Francia i «libri proibiti» vietati dalla censura austriaca.
Al Campolonghi quei librai raccontarono che durante la dominazione austriaca il loro mestiere era difficile e pericoloso, Infatti, quando entravano in un paese con la cassetta dei libri a tracolla, il prete suonava le campane a martello sollevando la popolazione contro di loro. Per questo motivo presero poi la decisione di accodarsi all’esercito italiano. In questo modo, quando una località veniva liberata, seguivano a ruota portandosi appresso il libro, il più vero e grande liberatore.
Per gli ambulanti della Lunigiana un punto d’arrivo era un negozio da poter aprire nella terra d’emigrazione o nella propria terra, con i risparmi messi assieme in anni di lavoro girovago. All’inizio si trattava di andare in giro con la cassetta a tracolla, la bicicletta, un carretto spinto a mano. Il passo successivo prevedeva l’acquisto di un vero e proprio carro o di una motocicletta; se poi gli affari buttavano bene si arrivava alla bancarella fissa ed infine al negozio vero e proprio.
Obbligati dal particolare tipo di lavoro a trascorrere intere giornate all’aperto – sia per la vendita che i trasferimenti – i venditori ambulanti esercitavano il loro mestiere preferibilmente durante la buona stagione. Così molti di loro lasciavano i propri affetti e la propria terra ai primi tepori della primavera per fare ritorno ad autunno inoltrato. Era un distacco di parecchi mesi, quotidiano motivo di nostalgia, un disagio che gli esuli stagionali cercavano di stemperare scrivendo spesso ai familiari (magari allegando una fotografia) o mandando loro notizie tramite i compagni che rientravano in anticipo.
I librai di Montereggio, tornati in patria per ritirarsi a vita privata, dai sedentari del luogo – con sospetto e dileggio – venivano chiamati “Mericani”, anche se facevano ritorno soltanto dalla Spezia o dalla Corsica.
Tra gli emigranti di Montereggio che ebbero molta fortuna si possono ricordare i fratelli Ghelfi (Battista e Lorenzo) i quali aprirono un grande emporio a Parigi specializzandosi nella vendita di pietre per affilare, che importavano grezze e poi venivano preparate per essere vendute al minuto ed all’ingrosso, sia ai privati che alle industrie. Arturo, figlio di Lorenzo Ghelfi, si laureò poi in legge mentre altri discendenti della famiglia verso la fine dello scorso secolo erano proprietari di librerie e gallerie d’arte a Verona, Cattolica e Montecatini. Come non menzionare Luigi Bertoni il quale iniziò a girare per varie località

col suo carrozzone (la «caravana») per vendere quadri, stampe e cornici. La sua attività si svolse poi con successo anche in Francia e in Belgio. Rientrato a Montereggio si ritirò da tale attività ed apri una locanda nella Piazza Grande del paese (ora Piazza Angelo Rizzoli) accanto ai resti dell’antico castello feudale. Dove un tempo c’era la locanda oggi c’è un bar. Altri ambulanti furono Michele Maucci che all’inizio del Novecento esercitava il suo commercio di chincaglierie nelle provincie lombarde e poi finì per stabilirsi definitivamente a Como ed Antonio Giambiasi che dopo avere operato in varie località italiane fece rientro a Montereggio.
Una storica fotografia di gruppo, scattata ad inizio Novecento in occasione di una festa, vede riuniti nella piazza principale di Montereggio alcuni noti personaggi del paese che avevano esercitato o ancora esercitavano il commercio ambulante, compreso quello librario. Sono riconoscibili Luigi e Antonio Tarantola, librai in quel di Modena; Francesco Giovannacci, libraio a Milano; Antonio Giovannacci, libraio a Como; componenti della famiglia Maucci (Amedeo, Michele e Antonio); componenti della famiglia Bertoni (Luigi, Antonio e Oreste); Carlo Tarantola, nato a Montereggio nel 1888 e scomparso nel 1968, il quale fu un libraio ambulante per diversi anni nelle Marche prima di fermarsi stabilmente a Pescara dove aprì una libreria.
Si menzionano inoltre Emanuele Maucci, proprietario di una libreria a Barcellona; Luigi Maucci, emigrato a Buenos Aires, fondatore assieme ai fratelli di una prestigiosa casa editrice (vedi paragrafo sottostante).
Negli anni Settanta del secolo scorso la “Pro Loco” organizzava la “Festa del Casato”. Ogni anno, in occasione della manifestazione, coloro che portavano il cognome festeggiato si ritrovavano tutti in paese per incontrare chi tornava al luogo d’origine da lontane località e scambiare rievocazioni e ricordi, così come ricostruire la trama di parentele offuscate dal tempo trascorso.

C’è un lasciapassare – datato 17 marzo 1859 – che è il più antico documento certo che si abbia sull’attività di coloro che si dedicarono al commercio ambulante dei libri, che partirono dal loro paese con la gerla piena di carta stampata, che andarono di porta in porta ad illustrare ed esaltare il contenuto dei testi offerti, che dapprima impiantarono bancarelle e poi librerie, stamperie, case editrici, per dare vita a vere e proprie dinastie di librai.
Il testo recita così: “In nome di Sua Altezza Reale Luisa Maria di Borbone, reggente per il Duca Roberto I gli Stati Parmensi, la direzione della Polizia generale prega ed invita tutti coloro ai quali compete, di lasciare passare sicuramente e liberamente Tarantola Francesco fu Lazzaro, di condizione venditore di pietre e di libri, nativo di Montereggio, che si reca all’Italia estera, Francia, Belgio e Svizzera, con effetti e bagagli, ed a prestargli in caso di bisogno ogni soccorso, offrendosi ad una perfetta reciprocanza”.

Per iniziativa dell’Unione Librai Pontremolesi nel 1959 – un secolo dopo il rilascio del famoso lasciapassare – venne eretto a Montereggio un monumento al libraio ambulante, fervido testimone dell’intraprendente attività di alcune famiglie di Montereggio, Parana e altre frazioni del comune di Mulazzo.

Fonte : dal sito  www.toltedalcassetto.it che a sua volta ha menzionato come fonti:

Fonti:
Album delle Apuane – a cura di Giorgio Batini – La Nazione di Firenze;
Informazioni pubbliche della Pro Loco di Montereggio;
Chi siamo – Supplemento del quotidiano “Il Tirreno” di Livorno;
Spazio Aperto Lunigiana – Supplemento del quotidiano “Il Secolo XIX” di Genova;
Lunigiana Ignota – a cura di Carlo Caselli (il viandante) – Arnoldo Forni Editore;
Info Trekking Lunigiana – Sistema Turistico Escursionistico.

SAN FRANCESCO FOGOLLA

Francesco Fogolla (la lettera l in più è dovuta ad un errore di trascrizione nei registri
anagrafici ) nacque a Montereggio di Mulazzo in Lunigiana, allora soggetta al Ducato di Parma, da Gioacchino e da Elisabetta Ferrari il 4 ottobre 1839. Compì i primi studi a Tordenaso di Langhirano e a Pontremoli, e dal 1852 a Parma, affidato alle cure del sacerdote L. Bianchi. Nel 1856 il Fogolla decise di vestire l’abito francescano: fu ammesso nell’Ordine il 1° novembre 1856 a Bologna e un mese dopo partì per il convento di Montiano presso Cesena; ma, il 14 settembre 1857, prima di finire il noviziato, fu costretto a ritornare a casa dei genitori a Parma (ove essi risiedevano dal 1855) a causa di una malattia “contagiosa e incurabile”. A dispetto dell’infausta diagnosi si ristabilì presto e riprese il noviziato a Rimini, ove pronunciò i voti semplici il 21 agosto 1859. Il 21 agosto 1862 fece la professione solenne e il 19 settembre 1863, prima di terminare gli studi teologici, fu ordinato sacerdote.
Nel 1866, costretto a ritirarsi nella casa paterna a seguito della soppressione delle comunità religiose, chiese di essere inviato nelle missioni. La richiesta venne accolta e il Fogolla in ottobre si trasferì a Roma, ove completò la sua formazione nel convento di San Bartolomeo dell’Isola. Il 13 dicembre 1866 venne esaminato e ritenuto idoneo alle missioni dalla congregazione de Propaganda Fide.
Nella primavera del 1877 si imbarcò alla volta della Cina, giungendo a Hong Kong il 30 maggio. Di qui, accolto gratuitamente a bordo di un piroscafo americano, salpò per Shangai dove giunse il 15 giugno, quindi raggiunse il 14 luglio il porto di Tiensin, nello Shantung e infine la missione di Tsinan, capoluogo della provincia. Qui incontrò mons. L. Moccagatta da Castellazzo, vicario apostolico dello Shantung ed amministratore apostolico dello Shansi, in compagnia del quale in novembre si recò a Pechino. In seguito fu inviato per un breve periodo nella missione di Tatong, dove rimase fino al 3 febbraio 1868. Dall’11 febbraio fu a Taiyuan, capoluogo dello Shansi. Qui studiò per quattro mesi la lingua cinese e quindi fu inviato ancora nella missione di Tatong, al confine con la Mongolia, dove curò una comunità di circa 700 fedeli.
Durante i primi anni di permanenza la scarsa conoscenza delle consuetudini cinesi fu all’origine di diversi malintesi tra il Fogolla e la popolazione. Anche se, in osservanza dei trattati imposti dalle potenze europee, i missionari godevano della protezione delle autorità provinciali, i loro rapporti con la popolazione locale erano tesi. In quegli anni molti contadini emigrarono nella vicina Mongolia a causa di una grave carestia dovuta alla siccità e tra essi era diffusa l’opinione che la pratica della religione cristiana avesse indispettito le divinità locali. Nonostante la situazione generale suggerisse prudenza, il Fogolla predicò spesso in pubblico, per la qual cosa fu ammonito dalle autorità.
All’inizio del 1870 egli venne condannato a due giorni di prigione perché considerato responsabile di disordini di piazza. L’episodio indusse i suoi superiori a richiamarlo a Taiyuan per qualche tempo e ad assegnarlo alla cura delle missioni di Kisien e Pinjao. In questi anni il Fogolla acquisì un’ottima padronanza della lingua cinese e studiò approfonditamente la legislazione locale. Nel 1877 Propaganda Fide divise in due parti il vicariato dello Shansi e il Fogolla fu nominato vicario generale della zona meridionale, con sede a Lungan: “dove vi sono da tre a quattromila cristiani con 200 o 300 catecumeni e tre Sacerdoti cinesi in aiuto, essendo l’estensione di tutta la Missione come un terzo d’Italia” (Ricci, Barbarie). Dal 1877 al 1879 un’altra grave siccità colpì lo Shansi e il principale impegno dei missionari fu tentare di alleviare le sofferenze della popolazione. Nel 1879 il Fogolla si adoperò, con l’aiuto finanziario dell’oeuvre de la Propagation de la Foi, a costruire una chiesa dedicata al Sacro Cuore a Lungan; il procuratore delle missioni non fece mancare il suo sostegno al progetto e altri fondi furono raccolti dai fedeli.
All’impegno pastorale si aggiunse in questi anni quello legale: la competenza acquisita dal Fogolla ne fece il difensore dei diritti dei cristiani presso i tribunali cinesi. In particolare si batté con successo perché venisse rispettato il diritto dei cristiani ad accedere agli studi più elevati che rendevano idonei ad acquisire le più alte cariche nella pubblica amministrazione.
Il 27 aprile 1879 Propaganda Fide invitò i vicari apostolici a convocare per la prima volta sinodi regionali in Cina (6 giugno – 4 luglio 1880). Il Fogolla fu tra i teologi e promotori dell’assise e, anche in virtù della padronanza della lingua cinese, rivestì l’ufficio di predicatore. Tornato all’attività pastorale nella missione di Lungan il 20 febbraio 1883 fu colpito da una grave forma di febbre tifoide. L’8 settembre 1884, nonostante le precarie condizioni di salute, poté presenziare alla consacrazione della nuova chiesa del Sacro Cuore. Nel maggio 1885 una nuova acutizzazione del male indusse i superiori a far curare il Fogolla nell’ospedale delle suore della Carità a Tientsin. Il 28 settembre, completamente guarito, tornò a Taiyuan dove rivestì l’incarico di rettore e insegnante nel seminario maggiore che contava allora 20 allievi e contribuì alla realizzazione di un orfanotrofio. Nel 1888 il Fogolla venne eletto vicario generale di mons. Gregorio Grassi, successore del Moccagatta, e gli fu affidata la cura degli affari discussi dai tribunali superiori. Nel 1885 prese parte al secondo sinodo regionale. Dal maggio al luglio 1896 compì la visita pastorale delle missioni del Nord. In questa occasione organizzò nella regione l’attività dell’oeuvre de la Sainte-Enfance di Parigi.
Il 2 novembre 1897 partì alla volta di Torino per partecipare all’Esposizione internazionale organizzata dall’Associazione nazionale per soccorrere i missionari italiani animata da Ernesto Schiaparelli. Sbarcato a Napoli il 29 gennaio 1898, incontrò a Roma il generale dell’Ordine e consegnò a Propaganda Fide una relazione di mons. Grassi.
Utilizzò la lunga permanenza in Europa per raccogliere fondi e sollecitare nuovi missionari per la Cina. A Parma incontrò mons. Guido Maria Conforti, che destinò due missionari del giovane istituto saveriano allo Shansi. Durante l’Esposizione il Fogolla attirò l’attenzione dei cartografi per la dettagliata conoscenza dello Shansi e quella dei geologi per una collezione di flora fossile che fu acquistata dal Real Museo geologico di Torino.
A Parigi, dove giunse in luglio per incontrare P.E. Dupron, seppe di essere stato nominato coadiutore con diritto di successione di mons. Grassi e vescovo titolare di Bagi (nomina del 28 giugno); il 24 agosto fu consacrato vescovo dal nunzio apostolico a Parigi, mons. E. Clari. Dopo essersi recato a Bruxelles e a Londra alla ricerca di altri aiuti per le missioni, e a Lourdes in pellegrinaggio, il Fogolla partì da Marsiglia il 12 marzo 1899 insieme con otto suore e nove missionari e rientrò a Taiyuan il 4 maggio 1899.
Le notizie giunte dal confinante Shantung all’inizio del 1900, sulle violente uccisioni di europei e cristiani ad opera del movimento xenofobo dei Boxers, furono accolte dal Fogolla senza eccessiva preoccupazione, in quanto egli – oltre ad avere fiducia nelle leggi e consuetudini cinesi, che ben conosceva – confidava anche nel favore mostrato dal governatore della provincia nei confronti dei cristiani. Ma in aprile, proprio a causa della scarsa energia mostrata nei confronti degli Europei, questi venne destituito e sostituito dal responsabile dei massacri avvenuti nello Shantung, Yu Hsien. Anche con quest’ultimo il Fogolla tentò di stabilire relazioni amichevoli: si recò da lui il 13 maggio ricevendo vaghe assicurazioni sulla sicurezza dei missionari. Il 27 giugno ebbero inizio violenze e saccheggi nelle missioni protestanti dello Shansi e il giorno stesso il Fogolla tentò inutilmente di incontrare di nuovo il governatore, mentre l’ostilità verso i cristiani cinesi e gli europei si diffondeva nella popolazione.
Da aprile a giugno la regione fu colpita da una ennesima epidemia di tifo. Nella notte tra il 5 e il 6 luglio il Fogolla fu tratto in arresto con mons. Grassi ed un gruppo di suore e catechisti cinesi e tenuto in custodia presso una residenza mandarinale .Il Fogolla rifiutò di abiurare la fede cristiana e tale decisione lo portò al martirio con altri 24 compagni, era il 9 luglio 1900.
“non abbiamo nociuto a chicchessia e anzi abbiamo beneficato molti. Non diamo nessuna medicina
per far dei cristiani, ed essi sono pienamente liberi; solamente conoscono ben chiaro il loro dovere
di non apostatare, perché convinti che ciò è male e che è peccato non adorare il Dio del Cielo”.

Francesco Fogolla fu beatificato da Pio XII il 24 novembre 1946 e canonizzato il 1 Ottobre 2000 da Papa Giovanni Paolo II.

Info varie

Sulla facciata della modesta casa del Fogolla la cittadinanza appose un’epigrafe sulla quale si legge: “…Vescovo e missionario in Cina – Ebbe con sè l’indomita forza di questa terra apuana – I fervidi slanci di un apostolo – e impavido cadde sotto la scure del carnefice -legando il suo nome ai martiri della fede e della civiltà. Il Popolo di Montereggio – Nell’orgoglio di tanta e santa gloria – Qui dove nacque ne volle ricordato il nome – 6 agosto 1921“.

A Montereggio suo borgo natio ogni anno il 9 Luglio viene celebrata una messa solenne a ricordo del suo martirio ; lungo le vie del paese in processione , vengono portate le reliquie e una sua stata lignea.

In uno degli altari  della Chiesa di Sant’ Apollinare sono custodite le reliquie del Vescovo Martire in Cina Mons. Francesco Fogolla ove è conservato ancora il fonte battesimale dove il Santo fu battezzatoove è onizzato il 1º ottobre 2000 da papa Giovanni Paolo II.e canonizzato il 1º ottobre 2000 da papa Giovanni Paolo II.

Autore: Giuseppe Brancaccio , Fonte www.treccani.it

Fonte : www.Montereggio.eu

Fonte : www.toltedalcassetto.it